Il luogo di Dio è santo e l’uomo non si può presentare di fronte a Dio con gli abiti di sempre. C’è nella Bibbia un grande senso della santità del luogo dove appare Dio: «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. Ebbe timore e disse: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”» (Gen 28,16-17). Non diverse dalle parole di Giacobbe, che ha incontrato Dio a Betel, sono le parole che Dio rivolge a Mosè in Es 19,10-12: «Il Signore disse a Mosè: “Và dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo. Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte”».
Il senso del sacro e della santità del luogo abitato da Dio non è il prodotto arcaico di una cultura primitiva, ma un tratto essenziale di ogni vera religione. In esso si manifesta la diversità e l’alterità di Dio, che pur avvicinandosi all’uomo non si assimila totalmente all’umano. Dio, pur parlando con l’uomo, rimane inaccessibile. La sua santità è insieme la sua comunicazione con gli uomini e la sua separazione, la sua trascendenza. Esiste una sfera del santo e del sacro. Tutto ciò che appartiene alla sfera di Dio, che entra in comunione con lui, è santo o puro, per esprimerci con un sinonimo.
Mosè è davanti a questo luogo santo che non conosceva. La santità di Dio non esclude, anzi si comunica. Dio dal roveto manifesta a Mosè la sua identità: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (3,6). Il Dio che si rivela a Mosè non è il Dio dei filosofi, ma un Dio della storia, è il Dio di uomini concreti. Questo è anzitutto il suo nome. Se pensiamo che per la mentalità semitica il nome esprime la realtà di chi lo porta, l’autopresentazione di Dio in Es 3,6 è in qualche modo anche la sua definizione: Egli è il Dio di uomini precisi, con cui ha fatto alleanza, con cui ha costruito una storia.
Di fronte alla manifestazione di Dio la reazione di Mosè è il timore, che lo porta a coprirsi il volto per non vedere Dio. Infatti «nessun uomo può vedermi e restare vivo», dice Dio a Mosè in Es 33,20. Gedeone vede Dio e dice: «”Signore, ho dunque visto l’angelo del Signore faccia a faccia!”. Il Signore gli disse: “La pace sia con te. Non temere, non morirai!”» (Gdc 6,22-23). Il timore di Dio non è la paura, ma anzitutto il riconoscimento della grandezza e della santità di Dio. Il timore di Dio non è solo «il principio della sapienza» (cf. Pr 1,7), ma è anche l’inizio della fede come riconoscimento della presenza di Dio nella storia. Gesù apostrofa affettuosamente i discepoli: «”Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è mai dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”» (Mc 4,40-41). Passare dalla paura al timore è cominciare un cammino di fede.