La storia di Rebecca, narrata con uno stile letterario solenne, fa da conclusione alla saga di Abramo (Gen 12-25). Nella sua vecchiaia, Abramo decide che Isacco, il figlio della promessa, non si sarebbe sposato con una delle figlie dei cananei (Gen 24,3). La ricerca di una fidanzata per Isacco diventa per Abramo l’ultima missione che affida al suo servo di fiducia (Gen 24). Il nome del servo non è menzionato nel racconto, ma potrebbe essere Eliezer di Damasco citato come maggiordono di Abramo nel capitolo 15. Il fidanzamento dovrà avvenire per procura perché Isacco non lascerà mai la tenda paterna. Abramo non vuole che suo figlio parta e questo per vari motivi: la sua nascita tardiva dopo gli anni passati nell’attesa che la promessa di un discendente si compisse, l’episodio del sacrificio del figlio prima richiesto e poi fermato dall’angelo (Gen 22); inoltre Abramo ha da poco sepolto Sara, sua moglie, nella caverna di Macpela ed è ancora addolorato per la sua scomparsa (Gen 23,1-2).
La riluttanza di Abramo nel permettere il viaggio di Isacco verso la terra dei padri, la Mesopotania (24,8.10), è in contrasto con l’atteggiamento successivo di Rebecca, moglie di Isacco: sarà lei a spingere Giacobbe, il figlio da lei prediletto, a far ritorno alla terra dei padri per farlo sfuggire dall’ira di Esaù a causa della benedizione rubata (27,41.54) e trovare una moglie tra il suo clan.
L’incontro al pozzo
Il servo di Abramo parte e arriva fuori della città di Nahor con il suo seguito di dieci cammelli carichi di regali per la futura sposa. L’incontro avviene presso il pozzo e ha tutte le caratteristiche di una scena principesca.
Rebecca è bella e non è passiva. Diventa così il punto focale del racconto: parla al servo, estrae l’acqua, riempie la sua brocca, dà da bere al viandante sconosciuto e ai suoi cammelli (Gen 24,16.20); dà il consenso al matrimonio e decide di partire con il servo di Abramo senza indugio (Gen 24,58). Durante gli anni successivi sarà sempre più il perno della clan abramitico: assicurerà la benedizione paterna al figlio prediletto, Giacobbe. Infatti è Rebecca l’artefice dell’inganno nei confronti di Isacco a cui prepara il piatto di cacciagione preferito. Essa è la più intelligente e la più autorevole delle matriarche e incarna la femminilità: la bellezza e la virtù nel suo comportamento, nel suo discorso energico, nella sua cortesia premurosa e nella sicurezza di sé.
Rebecca è stata scelta da Dio per essere moglie di Isacco, così gli eventi che si succedono fanno pensare (Gen 24,11.21.50.51). Rebecca non ha mai incontrato Isacco ma acconsente di sposarsi con lui. I due in un certo senso non sono mai stati degli estranei: entrambi sono informati dei legami comuni e della storia della loro famiglia. La scena del fidanzamento (vv 24,51) è descritta con cura e così il dono dei regali per la futura sposa (24,53) e le trattative sono riferite secondo il linguaggio diplomatico del tempo (24,49.54.58).
Rebecca lascia la famiglia paterna e l’addio è accompagnato dalla benedizione: «Tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti la porta dei tuoi nemici» (Gen 24,60), augurio di fertilità alla futura sposa.
Il primo incontro della sposa con il suo futuro sposo lascia nel lettore una potente impressione visiva: «Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal suo cammello» (Gen 24,63-64).
Il narratore conclude osservando: «Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amo. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre» (Gen 24,67).