Inserito da: jonah nella balena | Aprile 24, 2008

Sara: una donna credente (quarta parte)

La morte di Sara

Il racconto dopo la nascita di Isacco lascia scemare la figura di Sara. Il nostro personaggio ricompare al capitolo 23 dove si racconta l’ultimo atto della sua parabola. Una premessa è indispensabile: il capitolo della Genesi non evidenzia la contrattazione tra Abramo e gli Hittiti per avere la proprietà di un sepolcro (il campo di Efron e la caverna di Macpela), ma la realizzazione, seppur parziale, della parola originaria di Dio (Gen 12).

La nascita di Isacco non costituisce la completa realizzazione della benedizione descritta in Gen 12,1-3; ne è però la premessa. La benedizione, dunque, è confermata e rinviata: confermata perché è sotto gli occhi di Abramo e Sara (il figlio Isacco), rinviata perché è proiettata verso un avvenire di cui Abramo non è padrone (la discendenza numerosa). È il già e non ancora della promessa.

Ciò vale anche per quella parte della promessa che riguarda la terra: «verso la terra che io ti indicherò…» (Gen 12,1.7). Abramo l’ha attraversata a suo tempo, ma era già occupata! Come avrebbe potuto immaginare che un giorno sarebbe diventata sua? Il modo con cui inizia a possederla è legata alla morte di Sara. Anche qui ne possiede una porzione non certo tutto il paese, però è la sua proprietà. Una proprietà strana: un sepolcro, dove sarà sepolto lui e tutti i Patriarchi.

Le grandi promesse di vita e di terra si esauriscono su due figli di cui uno nemmeno da sua moglie e su un sepolcro. Una situazione paradossale, ma è questa tutta la speranza di Abramo e Sara. Il compimento di quella promessa spetterà solamente a Dio.

Chiuso il sepolcro Abramo fa il suo lamento per Sara, sua sposa, ma lo sguardo si apre alla speranza nel Dio della Vita. Scrive la lettera agli Ebrei a proposito di questi due testimoni della fede:

Nella fede morirono tutti costoro (Abele, Enoch, Noè, Abramo, Sara), pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città (Eb 11,13-16).

È la speranza la spinta inarrestabile della storia della salvezza; speranza che ha nutrito i protagonisti e che lentamente tra le pieghe della storia va via via potenziandosi, precisandosi fino al compimento di ogni promessa, quando il sepolcro si aprirà sotto l’albeggiare del giorno della risurrezione.


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