L’immagine del «Pastore» tipica della vangelo di Giovanni proclamato la quarta domenica del tempo di Pasqua viene spesso ritratta con tinte bucoliche: è il pastore affettuoso, con il collo reclinato, appoggiato al bastone e lo sguardo trasognato.
Se però noi guardiamo i rapporti reali che intercorrono tra i pastori e le loro greggi, non traspare nulla del genere. I greggi sono trattati come un bene da accrescere perché producono reddito per il pastore. Sono degli animali da sfruttare per il benessere del pastore. È il pastore che dalla vita delle pecore trae la sua stessa vita, il sostentamento per sé e per la sua famiglia.
Nella metafora evangelica, invece, i rapporti pastore-pecore, vengono capovolti. È il pastore a dare la vita per le pecore, ad essere venuto perché queste abbiano la vita in abbondanza. La metafora del Pastore è una denuncia dei rapporti tra uomo e uomo, tra chi ha potere e chi è sottoposto. Nei sinottici Gesù inviata i suoi a non relazionarsi tra loro come fanno i capi dei popoli che dominano, ma chi vorrà essere il primo sia in realtà colui che serve mettendosi all’ultimo posto. L’immagine evangelica del pastore si modula su quest’ultimo registro.
Le pecore nella realtà seguono il pastore non perché ascoltano la sua voce, ma perché su di esse viene esercitata la violenza del pastore che le dirige, incutendo loro paura con la presenza dei cani o del bastone. Nulla di tutto questo avviene nella metafora evangelica. La voce del pastore viene udita e accolta perché riconosciuta come quella che dona la vita in sovrabbondanza. Viene nuovamente scardinata la logica di potenza e di potere che spesso è insita nelle relazioni fra uomini, dove il più forte, il più populista riesce a ghermire il consenso degli altri. Il pastore evangelico, invece, attrae a se le pecore, non perché le circuisce, ma perché ad esse dona tutto se stesso. Per questo riceve il titolo di «kalos», Buono e Bello Pastore.