Prima di procedere alla lettura del capitolo terzo e seguenti diamo uno sguardo d’insieme alla sezione che va dal terzo capitolo al settimo (3,1-7,7). In essa si racconta la vocazione di Mosè. Si tratta di una delle pagine più celebri dell’Antico Testamento; per il suo carattere eccezionale, normativo ed esemplare, può essere definita come la «madre di tutte le vocazioni». Per la prima volta Dio si rivela con il suo nome personale, Jhwh, e, fedele a questo nome, irrompe da dietro le quinti sul palcoscenico della storia dell’esodo. Dalla manifestazione di Jhwh, nasce la vocazione di Mosè, chiamato ad agire in vece del Signore. Entrambi sono poi al servizio della vocazione di Israele a essere il popolo di Jhwh (cf. Nepi, Esodo).
Questi capitoli sanciscono l’investitura di Mosè che, nonostante le obiezioni, risponde all’appello di Jhwh. La sezione viene introdotta da un lungo racconto di vocazione (3,1-4,7) e conclusa dalla ripetizione della chiamata (6,2-7,7). Fra queste due narrazioni si interpone il racconto del ritorno di Mosè in Egitto (4,18-31) e l’inizio del confronto con il Faraone che si conclude con il fallimento e con l’inasprimento della schiavitù del popolo (5,1-6,19).
Vocazione di Mosè: sguardo chiama sguardo
Sguardo di Mosè (3,1-6)
Il racconto si apre con un uomo a quanto pare adattatosi alla sua situazione. Sradicato dal suo popolo, «schedato» dal Faraone, è un pastore. Per gli Egiziani ora egli fa un mestiere considerato ignobile (cf. Gn 46,34) e il suo nome moses, può suonare come quello di un «ex», dato che è monco del suo «dio» egiziano (cf. articolo precedente). Come ebreo egli è privo di qualsiasi conoscenza del Dio dei padri, Abramo, Isacco, Giacobbe. La figura del Dio d’Israele appare totalmente assente nella vita di questo ex dignitario egiziano diventato un pastore nel paese di Madian. Inoltre, sebbene il testo non lo dica, ma lo sapremo più avanti egli ha circa un’ottantina d’anni (Es 7,7 che riecheggia in At 7,30): tutte queste, umanamente, non sono certo delle buone credenziali.
Nella sua routine quotidiana, fatta di uscite con il gregge, il narratore coglie il giorno decisivo quando Mosè si spinge oltre il deserto e giunge al monte di Dio, l’Oreb. Il deserto (midbar) qui va visto nella sua valenza negativa e non romantica: è luogo di solitudine e vuoto, steppa arida e tenebrosa, spazio invilibile e irto di agguati (cf. Dt 8,15; 32,10; Ger 2,6); agli occhi degli Israeliti apparirà un «sepolcro» di morte (Es 14,11). Si tratta comunque di uno spazio da attraversare per poter trovare pascolo. Il monte nella Bibbia e nella storia delle religioni è solitamente il luogo dell’incontro con la divinità, la sua sede. Oreb (horeb) è il nome con cui la tradizione rifacentesi al Deuteronomio chiama il Sinai (cf. Dt 1,6; 4,10). L’esatta localizzazione di questo monte resta problematica. Oreb in ebraico deriva dalla radice (chrb) che significa «siccità, devastazione, macerie» (come quelle che contempla malinconicamente Neemia quando arriva a Gerusalemme in Ne 2,17). Viene inaspettatamente chiamato «il monte di Dio»; si tratta di una anticipazione di quanto Mosé sperimenterà fra poco.
(Fine prima parte…)