Tra i racconti evangelici cosiddetti «post-pasquali» è celebre l’incontro tra il Risorto e i due discepoli che si trovano in cammino verso Emmaus (Lc 24,13-35). È un racconto esclusivo di dell’evangelista Luca. Nell’ambito dei testi riguardanti le apparizioni del Risorto questo riveste un significato particolare non solo per il contenuto, ma anche per la straordinaria perizia narrativa con cui l’evangelista descrive le nuove dinamiche del discepolato alla scuola del Risorto.
Il primo indizio sulla condizione interiore dei due discepoli lo si apprende quasi di sfuggita: «Erano in cammino per un villaggio distante circa undici chilometri da Gerusalemme» (v. 13). Se la città di Gerusalemme è per Luca l’obiettivo di Gesù (Lc 9,51) e il centro focale dell’attività pubblica del Maestro di Nazaret, nonché il luogo della sua morte e della sua risurrezione, allora questi due discepoli stanno allontanandosi dallo spazio in cui si può incontrare Cristo stesso. Diversamente da quanto avevano fatto le donne che seguirono Gesù dalla Galilea fino a Gerusalemme (Lc 23,49), questi due uomini stanno procedendo in una direzione diametralmente opposta a quella adatta all’essere discepoli. L’intero episodio è quindi pervaso da questo strano senso del pellegrinaggio, non tanto fisico quanto interiore. Se il discepolo è colui al quale Gesù rivolge l’invito «Seguimi!» (Lc 5,27; 9,59; Gv 21,19), i discepoli di Emmaus stanno al contrario tornando alle loro case, praticamente fuggendo.
Il racconto prosegue notando che i due camminano e conversano insieme di quanto era accaduto in precedenza (v. 14), cioè dei fatti riguardanti la persona di Gesù fino al ritrovamento del sepolcro vuoto da parte delle donne e di Pietro (Lc 23,9-12). All’improvviso ecco che sono affiancati da un altro personaggio che l’evangelista svela essere «Gesù in persona». Ma i due discepoli non lo riconoscono: «I loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (v. 16). Come è possibile che non si accorgano che quell’uomo è proprio Gesù? Con questa annotazione, l’evangelista lascia intendere anzitutto che, pur rimanendo se stesso, il Gesù Risorto è dotato di una corporeità nuova rispetto a quella del Gesù prepasquale. Qualcosa di un tale mistero era stata anticipata in occasione della Trasfigurazione, quando «il suo volto aveva cambiato di aspetto e la sua veste era divenuta candida e sfolgorante» (Lc 9,29).
Tuttavia, l’intento primario del racconto lucano sembra essere piuttosto di far emergere come dietro l’incapacità dei due discepoli di riconoscere Gesù ci sia soprattutto un blocco interiore che riguarda la loro fede. Lo fanno capire due particolari importanti, che convergono sullo stesso nodo: il primo è il fatto che, di fronte alla domanda di Gesù, i due «si fermarono, col volto triste» (v. 17). Il cammino si arresta: il cuore non è più dinamico, ma subisce il peso di una depressione che non consente di andare avanti. Il secondo particolare, poi, traspare dalle parole del loro resoconto: «Noi speravamo che fosse lui…» (v. 21). La tristezza ha intaccato
anche la speranza, riducendola ad un sentimento frustrante. In altri termini, per quanto conoscano bene i fatti che riguardano la vita di Gesù (vv. 19-25), la delusione seguita alla sua morte è ancora troppo scottante. Né a molto vale la notizia del mancato ritrovamento del suo corpo nel sepolcro in cui era stato deposto: anche questo è un dato che disorienta soltanto. Il salto verso la fede nel Risorto è ancora lontano.
A questo punto diventa chiaro che i due non stiano semplicemente allontanandosi da Gerusalemme: piuttosto, stanno tornando alla vita precedente. Stanno tornando a casa dopo una cocente delusione: tutte le loro speranze sembrano frustrate dagli eventi. La morte ha inserito un pesante carattere di definitività a questa disperazione. Tanto forte era stato il calore che si era acceso nel loro cuore, quanto dolorosa la morte dell’amico e maestro.
Su questa profonda tristezza, si appuntano lo sguardo e le parole di Gesù. Egli parte anzitutto dalla luce della parola, per sciogliere il blocco interiore dei due discepoli al riconoscimento della sua risurrezione. Il Cristo comincia con lo spiegare che nulla di ciò che ha vissuto, anche la morte in croce, era estraneo al progetto d’amore del Padre. Questo piano di salvezza, infatti, era già contenuto nella Scrittura: basta coglierne la testimonianza a proposito del Figlio di Dio.
Una tale rilettura della storia biblica deve aver fratto breccia nel cuore dei due se poi gli chiedono di non andare via di consumare la cena con loro (vv. 28-29). L’accondiscendenza di Gesù a fermarsi a tavola con loro richiama la comunione tra il Signore e i suoi discepoli, nel presente come nei tempi ultimi: «Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20):
È in questo contesto di convivialità che il Cristo associa alla parola il gesto, come aveva sempre fatto negli anni della sua vita pubblica: prende il pane, lo benedice, lo spezza, lo dà loro. La condivisione fraterna dello stesso pane e l’evidente richiamo all’ultima cena (Lc 22,19-20) fanno definitivamente crollare il velo di incredulità dagli occhi dei due discepoli. Il riconoscimento del Risorto non avviene in occasione di un atto di forza o di costrizione del divino sull’umano, ma in un gesto di comunione. È questo stile del Dio biblico ad aprire gli occhi interiori dei discepoli.
Ma, paradossalmente, proprio il momento del riconoscimento coincide con il momento del distacco (v. 31). Gesù si sottrae al loro sguardo esteriore, perché ormai lo hanno riconosciuto interiormente. È una lezione per i discepoli di tutti i tempi, che non possono vedere fisicamente Gesù.
Dopo la separazione dall’inedito compagno di viaggio, i due non sono più gli stessi. Nel loro animo non resta più alcuna traccia della precedente tristezza, ma subentra la gioia: «Non ci ardeva forse il cuore…?» (v 32). Le parole e i gesti del Risorto li hanno trasformati per sempre. Il frutto visibile di questo cambiamento è l’inversione di rotta, fisica ed interiore: questa volta si va verso Gerusalemme (v. 33). La strada è la stessa, ma la direzione è opposta. Non si fugge più dal luogo della morte del Cristo, perché è ormai chiaro che quello è anche il luogo della sua risurrezione. Non resta che tornare nell’ambito della Chiesa e lanciarsi con coraggio nell’unico compito che resta al discepolo del Risorto: raccontare a tutti la propria esperienza (v. 35).