Inserito da: jonah nella balena | Aprile 15, 2009

Giona nella Balena si sposta

Carissimi/e

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Inserito da: jonah nella balena | Luglio 13, 2008

Comprensione e incomprensione di Gesù

La parabola del seminatore del Vangelo di Matteo (Mat 13,1-21) introduce ai «misteri» o «segreti» del Regno dei Cieli. Il discorso parabolico paragona il Regno di Dio a un seme o all’atto di seminare e con ciò ci rimanda al suo carattere nascosto che evoca interrogativi: perché la parola di Dio non trova unanime e pronta accoglienza? Come mai è ci si imbatte nell’indifferenza? Perché alcuni comprendono e altri no? La rivelazione di Dio non dovrebbe essere chiara a tutti? Dove sta l’efficacia dell’annuncio?

Una prima risposta sta nella antitesi che sviluppa l’evangelista tra folla e discepoli: le parabole sono per le folle, ma la loro spiegazione è riservata unicamente ai discepoli. Il motivo della differenza è che la conoscenza data ai discepoli non è elargita ad altri. Dice bene il testo: «A voi è dato conoscere…» (v. 11). Dove il soggetto agente è Dio.

Dio fa quindi discriminazioni? Certamente no! È la constatazione che la diversa situazione degli uni e degli altri in rapporto con Gesù, marca la differenza della conoscenze e dell’esperienza del regno di Dio. I discepoli, avendo scelto di seguire Gesù, hanno la chiave interpretativa del suo insegnamento e della sua attività. Le folle invece restano lontane da Gesù, hanno informazioni su di Lui ma non si sono decise per lui. Le folle saranno, infatti, quelle che contribuiranno alla sua condanna.

Comprendere il Regno e la persona di Gesù non è solo questione di raccolta e sistemazione raziocinante di informazioni: si tratta di operare invece una scelta per Lui, vale a dire seguire Gesù in ciò che dice e in ciò che fa! L’adesione al mistero della vita di Gesù determina la progressiva conoscenza della vita e dell’agire di Gesù e del Regno di Dio.

Le folle testimoniano, invece, un interessamento superficiale a Gesù. Hanno molte informazioni su di lui, come molti di noi oggi, ma non aderiscono alla sua persona: per questo non comprendono.

Inserito da: jonah nella balena | Giugno 10, 2008

«Misericordia io voglio». A margine della chiamata di Matteo

Matteo 9,9-13

«Andate a imparate cosa vuol dire: “misericordia io voglio e non sacrifici”». Questo detto di Gesù, ripreso dal profeta Osea e rivolto a noi lettori, diventa uno stimolo a assumere lo stile del Signore. Il modello è Matteo, pubblicano – l’escluso del tempo – intristito dentro la gabbia d’oro che le sue mani avevano creato. L’evangelista lo ritrae seduto «dietro», come dietro a delle sbarre, al banco delle imposte.

Qui inaspettatamente viene raggiunto dalla parola del Signore. Non sono discorsi sulla sua condotta morale, sulla sua scelta collaborazionista con il potere oppressivo di Roma. Nulla di tutto ciò! Una parola soltanto che diventa ordine: «Seguimi!». Così Gesù aveva fatto con gli altri discepoli.

Quest’ordine mette in moto la vita di Matteo: «Si alzò e lo seguì». Difficile cogliere in così poche parole la portata del cambiamento. Ma fu vero e profondo cambiamento! Il testo greco usa il verbo anastàs da anístēmi, lo stesso verbo per dire «la risurrezione» di Gesù. Ecco la radicalità del cambiamento di Matteo: e, risuscitato, lo seguì o lo seguì come risorto.

Gesù, a dispetto dei farisei che accuseranno lui e il pubblicano, non giudica, non pretende che il peccatore faccia prima un congrua penitenza per essere ammesso nella comunità dei salvati, gli dona subito tutto se stesso e segno è il fermarsi a casa di Matteo a banchettare con lui e con altri della sua cricca. Gesù prima lo chiama tra i suoi e poi esigerà cambiamento di vita e coerenza con il vangelo. Matteo non farà più quello che faceva un tempo. La tradizione della Chiesa, che lo presenta come un evangelista, lo sta a dimostrare. Dio, il Dio di Gesù, è prima misericordia e poi esigenza. La sua misericordia precede ogni azione/reazione umana.

Tutto ciò ci svela qualcosa di cosa significhi «misericordia voglio». La misericordia divina non è semplicemente e solamente il perdono concesso dopo un’offesa, ma la decisione di andare per primo incontro all’altro «sempre», facendosi carico di tutta la sua vita. Matteo a Gesù non aveva fatto alcun torto, eppure Gesù gli va incontro per primo, gli parla, lo invita tra i suoi facendosi carico per sempre della sua esclusione sociale. È da lui che entra per banchettare: a compiere un gesto di comunione che poco oltre, nel vangelo dell’istituzione dell’eucaristia, diventerà il segno dello stare di Gesù per sempre con gli uomini.

Inserito da: jonah nella balena | Giugno 7, 2008

Dio ha un nome per essere ricordato: Es 3,10-15. Prima parte

Dio non opera da solo per salvare il suo popolo. Mosè sarà il suo segno e lo strumento della sua presenza divina per la salvezza del suo popolo:

«10Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». 12Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».

Come accade nei racconti di vocazione, un’obiezione manifesta le esitazioni e le reticenze di fronte alla missione da compiere: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?», chiede Mosè (v. 11). Non solo perché la missione supera le forze di chi è mandato (Gdc 6,14-16; Ger 1,6), ma perché egli non ha alcun titolo per parlare al faraone. La risposta divina non si fa attendere, Dio proclama solennemente: «Io sarò con te (‘ehyeh ‘immāk)» (v. 12). Nella Bibbia coloro che Dio incarica di una missione sono assistiti dalla presenza divina: è il caso di Giacobbe in Gn 28,15, di Giosuè in Gs 1,9; di Gedeone 6,12-16. Lo stesso vale per Maria (Lc 1,28: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te») o per i discepoli (Mt 28,20: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»). Viene anche annunciato un segno, che consiste nel «servire» Dio sullo stesso monte dove si è mostrato nel roveto.

Mosè è restio ad obbedire ed avanza, allora, una seconda obiezione, che è una domanda d’identità: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?» (v. 13). Il futuro condottiero delle schiere d’Israele non conosce il nome di colui di cui deve essere il messaggero. Deve parlare ai figli di Israele, ma non sa chi lo manda. Solo quando conoscerà il nome di Dio, potrà veramente parlare in suo nome.

Inserito da: jonah nella balena | Giugno 4, 2008

Sguardo Di Dio 3,7-9

Il versetto 7 attesta il primo discorso del Signore (Jhwh). Colui che si era rivolto a Mosè in modo personale, continua dicendo:

«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele…».

Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza di questo brano (vv. 7-9). Dio parla di sé: si rivela come colui che ha visto la miseria del suo popolo, che ascolta il grido di coloro che soffrono e le invocazioni di coloro che subiscono ingiustizia. Una cascata di sette verbi con soggetto Jhwh rende chiara la presenza e l’attenzione di Dio. Ciò che suscita l’attenzione divina non sono le imprese del popolo, né la sua fedeltà o la sua rettitudine morale, ma il suo grido di disperazione. Dio si rende presente alla miseria del suo popolo, si schiera dalla sua parte, decide di liberarlo e di farlo salire verso una terra fertile e vasta.

È l’inizio della fine della schiavitù!

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