Posted by: jonah nella balena | Maggio 11, 2008

Gesù e la sua pace

Apostoli o discepoli?

Giovanni è l’unico dei quattro evangelisti ad annotare che Gesù risorto appare ai discepoli e non agli apostoli (Gv 21,19), come forse ci si aspetterebbe. Dal contesto si evince però che si tratta degli apostoli, ma la scelta di chiamarli «discepoli», lascia forse intendere che il dono dello Spirito che il Risorto sta per effondere non è un privilegio solo degli apostoli, ma tutti i credenti in Cristo, di tutta la Chiesa ne sono destinatari. Nella scena evangelica vengono simbolicamente rappresentati dagli apostoli chiamati per questo «discepoli».

Dalla paura alla gioia

I discepoli si ritrovano riuniti insieme nel medesimo luogo perché presi da paura dopo gli avvenimenti del venerdì santo che gli ha sconvolti. Hanno paura di subire la stessa sorte del loro maestro per mano dei Giudei. C’è forse anche la paura del Maestro: il ricordo della passione riaccendo in loro la consapevolezza di averlo abbandonato dopo tante promesse di fedeltà. Ecco allora che tutto viene accuratamente sprangato. In questa auto-incarcerazione entra il Risorto e le sue prima parole sono: «Pace a voi» ripetute due volte (vv. 19.22). È una ventata di aria fresca che rialza le vite depresse dei discepoli. Non è semplicemente una rassicurazione paternalistica. È, invece, l’assicurazione che l’amicizia promessa da Gesù («vi ho chiamati amici») non è disattesa ma confermata e rinsaldata. Da essa fluisce la pace che rincuora i cuori dei discepoli.

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Posted by: jonah nella balena | Maggio 4, 2008

Rebecca: una donna che parteggia (terza parte)

La beffa di Rebecca e Giacobbe: Gen 27

Isacco è divenuto cieco ed avverte la morte ormai vicina; desidera perciò benedire il figlio maggiore per comunicargli in tal modo la propria forza vitale. Il testo rispecchia un’antica concezione della benedizione, secondo la quale soltanto un figlio poteva essere benedetto; inoltre l’energia vitale consegnata attraverso la benedizione non poteva essere ripresa o mutata, perciò questo atto avveniva in prossimità della morte del benedicente.

Il vecchio patriarca chiede al figlio Esaù di andare a caccia per procurarsi della selvaggina e cucinarla per lui; poi lo benedirà (Gen 27,1-4). «Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù» (Gen 27,5). Rebecca organizza la frode che consentirà a Giacobbe di carpire la benedizione e i diritti del fratello maggiore.

Rebecca, dopo aver ascoltato le parole di Isacco, le ripete quasi testualmente a Giacobbe, e gli intima: «Ora, figlio mio, obbedisci al mio ordine: va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti, io ne farò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre che ne mangerà, perché ti benedica prima della sua morte» (Gen 27,8-10).

Una serie di piccoli particolari tratteggiano il profilo della matriarca, facendone un capolavoro: sta in agguato, ascolta di nascosto la conversazione tra Isacco ed Esaù, consiglia Giacobbe, cucina il pasto per il marito del quale conosce i gusti, riveste il figlio prediletto dei panni del maggiore e trucca con il vello dei capretti le sue braccia e il suo collo per renderli pelosi come quelli di Esaù (Gen 27,14-17). Ha pianificato ogni cosa ed è persino disposta a far ricadere su di sé la maledizione che avrebbe colpito inevitabilmente Giacobbe se la frode fosse stata scoperta (Gen 17,13).

L’inganno ha buon esito. Giacobbe carpisce la benedizione a Isacco e diviene padre d’Israele e signore dei popoli (Gen 27,28-29).

La scena finale vede ancora Rebecca vigile e accorta: Giacobbe rischia la vendetta del fratello, perciò la madre gli procura un rifugio presso lo zio Labano, finché l’ira del fratello non si sarà placata e si adopererà perché Giacobbe sposi una donna del suo clan: Poi Rebecca disse a Isacco: «Ho disgusto della mia vita a causa di queste donne hittite: se Giacobbe prende moglie tra le hittite come queste, tra le figlie del paese, a che mi giova la vita?» Allora Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse e gli diede questo comando: «Tu non devi prender moglie tra le figlie di Canaan» (Gen 27,46-28,1).

Dalle pagine della Genesi Rebecca esce come un’eroina, la sua figura è legata alla beffa messa in atto ai danni del marito con la sua arguzia. In ciò essa è stata strumento della provvidenza di Dio che sceglie liberamente chi lo debba rappresentare svincolandosi da leggi umane (la benedizione mancata del primogenito e la scelta del secondo). Da questa donna è nato il popolo di Dio, il popolo eletto. Ci si potrebbe scandalizzare pensando che il progetto di Dio passa attraverso l’inganno e la frode; ma è altrettanto doveroso notare che il paradosso è, nella grande storia della salvezza, una chiave interpretativa che ci porta fino al Messia in croce del Nuovo Testamento, il paradosso per eccellenza.

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Posted by: jonah nella balena | Maggio 1, 2008

Rebecca: una donna che parteggia (seconda parte)

I figli che non arrivano …

Nonostante la benedizione per la fertilità Rebecca, come Sara, è sterile per i primi 20 anni del suo matrimonio. Così la discendenza è narrata come dono speciale di Dio, frutto della preghiera del patriarca (Gen 25,21) e realizzazione della originaria promessa ad Abramo (Gen 12,1-3).

Rebecca concepisce due gemelli, la cui vicenda si profila particolare già nel suo seno. La narrazione del conflitto tra i due fratelli è una eziologia (= racconto che spiega l’origine di una situazione presente) del conflitto dei popoli, Edom e Israele, che da essi avranno origine.

La madre, che avverte la lotta dentro di sé, è presa da timore e innalza un lamento e consulta l’oracolo. Rebecca è protagonista della vicenda e diventerà progenitrice di due popoli che spesso verranno a confronto: «Due nazioni sono nel tuo seno e due popoli dal tuo grembo si disperderanno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il minore» (Gen 25,23).

Segue il racconto delle caratteristiche fisiche dei due gemelli: il primo, Esaù, è rossiccio e ricoperto di pelo come di un manto; l’altro, Giacobbe, nascendo tiene il fratello per il calcagno (Gen 25,24-26), presagio forse del tiro mancino successivo.

La diversità fisica dei due preannuncia la diversità d’indole, come il testo biblico suggerisce: cacciatore e uomo della steppa Esaù, tranquillo e casalingo Giacobbe (Gen 25,27). Forte ma ingenuo il maggiore, abile e furbo il minore. La famosa vicenda delle lenticchie ne è la dimostrazione: Esaù morso dalla fame, per ottenere un piatto di lenticchie non esita a cedere la primogenitura al fratello che tanto l’agogna (Gen 25,29-34).

Il conflitto tra i gemelli diverrà, in certo qual modo, conflitto tra i coniugi. «Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe» (Gen 25,28).

A vincere sarà Rebecca. La matriarca adopererà tutta la sua intelligenza e le sue arti per favorire il suo prediletto nella corsa all’acquisto della benedizione paterna (Gen 27).

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Posted by: jonah nella balena | Aprile 29, 2008

Rebecca: una donna che parteggia (prima parte)

La storia di Rebecca, narrata con uno stile letterario solenne, fa da conclusione alla saga di Abramo (Gen 12-25). Nella sua vecchiaia, Abramo decide che Isacco, il figlio della promessa, non si sarebbe sposato con una delle figlie dei cananei (Gen 24,3). La ricerca di una fidanzata per Isacco diventa per Abramo l’ultima missione che affida al suo servo di fiducia (Gen 24). Il nome del servo non è menzionato nel racconto, ma potrebbe essere Eliezer di Damasco citato come maggiordono di Abramo nel capitolo 15. Il fidanzamento dovrà avvenire per procura perché Isacco non lascerà mai la tenda paterna. Abramo non vuole che suo figlio parta e questo per vari motivi: la sua nascita tardiva dopo gli anni passati nell’attesa che la promessa di un discendente si compisse, l’episodio del sacrificio del figlio prima richiesto e poi fermato dall’angelo (Gen 22); inoltre Abramo ha da poco sepolto Sara, sua moglie, nella caverna di Macpela ed è ancora addolorato per la sua scomparsa (Gen 23,1-2).

La riluttanza di Abramo nel permettere il viaggio di Isacco verso la terra dei padri, la Mesopotania (24,8.10), è in contrasto con l’atteggiamento successivo di Rebecca, moglie di Isacco: sarà lei a spingere Giacobbe, il figlio da lei prediletto, a far ritorno alla terra dei padri per farlo sfuggire dall’ira di Esaù a causa della benedizione rubata (27,41.54) e trovare una moglie tra il suo clan.

L’incontro al pozzo

Il servo di Abramo parte e arriva fuori della città di Nahor con il suo seguito di dieci cammelli carichi di regali per la futura sposa. L’incontro avviene presso il pozzo e ha tutte le caratteristiche di una scena principesca.

Rebecca è bella e non è passiva. Diventa così il punto focale del racconto: parla al servo, estrae l’acqua, riempie la sua brocca, dà da bere al viandante sconosciuto e ai suoi cammelli (Gen 24,16.20); dà il consenso al matrimonio e decide di partire con il servo di Abramo senza indugio (Gen 24,58). Durante gli anni successivi sarà sempre più il perno della clan abramitico: assicurerà la benedizione paterna al figlio prediletto, Giacobbe. Infatti è Rebecca l’artefice dell’inganno nei confronti di Isacco a cui prepara il piatto di cacciagione preferito. Essa è la più intelligente e la più autorevole delle matriarche e incarna la femminilità: la bellezza e la virtù nel suo comportamento, nel suo discorso energico, nella sua cortesia premurosa e nella sicurezza di sé.

Rebecca è stata scelta da Dio per essere moglie di Isacco, così gli eventi che si succedono fanno pensare (Gen 24,11.21.50.51). Rebecca non ha mai incontrato Isacco ma acconsente di sposarsi con lui. I due in un certo senso non sono mai stati degli estranei: entrambi sono informati dei legami comuni e della storia della loro famiglia. La scena del fidanzamento (vv 24,51) è descritta con cura e così il dono dei regali per la futura sposa (24,53) e le trattative sono riferite secondo il linguaggio diplomatico del tempo (24,49.54.58).

Rebecca lascia la famiglia paterna e l’addio è accompagnato dalla benedizione: «Tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti la porta dei tuoi nemici» (Gen 24,60), augurio di fertilità alla futura sposa.

Il primo incontro della sposa con il suo futuro sposo lascia nel lettore una potente impressione visiva: «Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal suo cammello» (Gen 24,63-64).

Il narratore conclude osservando: «Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amo. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre» (Gen 24,67).

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Posted by: jonah nella balena | Aprile 24, 2008

Sara: una donna credente (quarta parte)

La morte di Sara

Il racconto dopo la nascita di Isacco lascia scemare la figura di Sara. Il nostro personaggio ricompare al capitolo 23 dove si racconta l’ultimo atto della sua parabola. Una premessa è indispensabile: il capitolo della Genesi non evidenzia la contrattazione tra Abramo e gli Hittiti per avere la proprietà di un sepolcro (il campo di Efron e la caverna di Macpela), ma la realizzazione, seppur parziale, della parola originaria di Dio (Gen 12).

La nascita di Isacco non costituisce la completa realizzazione della benedizione descritta in Gen 12,1-3; ne è però la premessa. La benedizione, dunque, è confermata e rinviata: confermata perché è sotto gli occhi di Abramo e Sara (il figlio Isacco), rinviata perché è proiettata verso un avvenire di cui Abramo non è padrone (la discendenza numerosa). È il già e non ancora della promessa.

Ciò vale anche per quella parte della promessa che riguarda la terra: «verso la terra che io ti indicherò…» (Gen 12,1.7). Abramo l’ha attraversata a suo tempo, ma era già occupata! Come avrebbe potuto immaginare che un giorno sarebbe diventata sua? Il modo con cui inizia a possederla è legata alla morte di Sara. Anche qui ne possiede una porzione non certo tutto il paese, però è la sua proprietà. Una proprietà strana: un sepolcro, dove sarà sepolto lui e tutti i Patriarchi.

Le grandi promesse di vita e di terra si esauriscono su due figli di cui uno nemmeno da sua moglie e su un sepolcro. Una situazione paradossale, ma è questa tutta la speranza di Abramo e Sara. Il compimento di quella promessa spetterà solamente a Dio.

Chiuso il sepolcro Abramo fa il suo lamento per Sara, sua sposa, ma lo sguardo si apre alla speranza nel Dio della Vita. Scrive la lettera agli Ebrei a proposito di questi due testimoni della fede:

Nella fede morirono tutti costoro (Abele, Enoch, Noè, Abramo, Sara), pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città (Eb 11,13-16).

È la speranza la spinta inarrestabile della storia della salvezza; speranza che ha nutrito i protagonisti e che lentamente tra le pieghe della storia va via via potenziandosi, precisandosi fino al compimento di ogni promessa, quando il sepolcro si aprirà sotto l’albeggiare del giorno della risurrezione.

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